Il 27 febbraio la Magistratura italiana ha scioperato contro il progetto di riforma costituzionale sulla separazione delle carriere di quella del pubblico ministero da quella del giudice.
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Una riforma non “di parte”
Proviamo a fare due riflessioni a latere: la prima, sul perché della riforma “costituzionale” di separazione delle carriere; la seconda, sul perché dello sciopero indetto dal sindacato delle toghe.
Sfatando prima di tutto una malcelata insinuazione: questa riforma non è del centro destra, o della Meloni, o di Nordio.
Questa riforma è chiesta da circa venticinque anni dall’Avvocatura penalistica italiana, seguita da una legge di iniziativa popolare promossa proprio dall’Unione delle Camere Penali Italiane sostenuta da oltre 72.000 firme di cittadini, la quale soltanto oggi riesce a trovare un terreno fertile, più sociale che politico.
Il contesto post-“affaire Palamara”
Infatti, dopo il degrado correntizio svelato con “l’affaire Palamara” e la conseguente caduta di popolarità della magistratura, è evidente che sono maturate tutte le condizioni per fare oggi quello che non è stato possibile dal 1999.
E allora perché è necessario separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici?
Dal 1999 una legge costituzionale ha modificato l’art. 111 della Costituzione introducendo una sostanziale parità tra Accusa e Difesa. Parità mai attuata nelle prassi processuali, di fatto frustrando le finalità della riforma.
Le ragioni di questa distorsione sono estremamente complesse e ciascuna meriterebbe pagine di approfondimento.
Volendo semplificare, possiamo constatare che se il pubblico ministero è percepito dai giudici che devono decidere su un processo come un loro “collega”, questo produce istintivamente una adesione non tanto o non solo alle tesi di merito in sé, quanto piuttosto al ruolo che la parte pubblica svolge all’interno del processo, a netto discapito della Difesa, che pur svolge un ruolo altrettanto rilevante ma spesso percepita come un fastidioso ostacolo all’esito del processo come mera conferma dell’ipotesi accusatoria iniziale.
A totale detrimento della terzietà del giudice quale garanzia effettiva del contraddittorio, unico strumento utile per giungere alla verità processuale, fine ineludibile di ogni processo a garanzia dei cittadini.
Spesso i sostenitori della contrarietà alla riforma, a comprova della reale terzietà dei giudici, osservano che in tanti processi con imputati eccellenti gli stessi sono stati assolti. Prima di tutto la tenuta di un sistema non si misura su questo o quel singolo imputato, soprattutto se “eccellente”, ma sulle migliaia di imputati più o meno anonimi che non godo-no dei vantaggi della ribalta.
Ma soprattutto perché, ragionando in questo modo, si travisa la reale questione: la riflessione importante da farsi non è sul perché alcuni imputati eccellenti siano stati assolti in processi che hanno certificato l’evanescenza dell’accusa iniziale, ma perché essi, su quelle premesse immodificate nel processo, siano stati pro-cessati.
Lo sciopero dell’ANM e il ruolo della magistratura
Quanto allo sciopero indetto dall’ANM, la prima riflessione riguarda il ruolo della magistratura quale terzo pilastro costituzionale. Sorprende che si sollevi contro la volontà del Parlamento tentando di impedire che esso faccia esattamente quello che la Costituzione gli impone: legiferare.
In una democrazia evoluta un fatto del genere deve quanto meno stimolare una riflessione, non essere ritenuto fisiologico.
A fronte di un Parlamento che procede con legge costituzionale sottoposta a referendum, quindi con le più alte garanzie legislative immaginabili, l’ANM tenta di impedire che un Organo dello Stato eserciti legittimamente la sua funzione, scioperando come se fossero dei quadri impiegatizi di un ente di provincia qualsiasi e non, invece, i titolari di un’alta funzione costituzionale.
L’argomento dell’indipendenza
A sostegno della scelta dell’ANM, quasi quale argomento dirimente, si sente dire da più parti che questa riforma di legge costituzionale minerebbe l’indipendenza della magistratura, finendo per sottomettere” il pubblico ministero alla “Politica”.
A meno di non aver letto male, non risulta in alcuna parte della legge in cantiere che sia questo l’obiettivo.
L’indipendenza della Magistratura è e deve restare un caposaldo immodificabile del nostro assetto democratico.
Interessi corporativi e sistema correntizio
Ma allo stato, un pericolo del genere è soltanto congetturale con la conseguenza che sbandierarlo significa avvelenare il pozzo dell’opinione pubblica, non potendo accettare che si contrasti una riforma legislativa in cantiere opponendo un pericolo inesistente.
In realtà, quello che non può dire l’ANM è che questa riforma scardina il meccanismo oliato di decisione delle carriere, basato esclusivamente sull’appartenenza correntizia piuttosto che sul merito dei singoli.
Ecco perché questo sciopero dell’ANM rischia di risolversi in una mera rivendicazione corporativa a tutela esclusivamente di interessi particolari, non certamente nell’interesse generale dei cittadini in nome dei quali si afferma di farlo.
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