Il dossier di Ferragosto del Viminale rivela un paradosso: crollano i reati predatori come furti e rapine, ma aumentano gli omicidi e la violenza di genere. Eppure, il Governo ha varato un pacchetto di norme che comprime le libertà fondamentali. Una scelta che i dati non sembrano sostenere.
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Un Paese a due velocità, o forse a due volti
È questa l’immagine che emerge dall’ultimo dossier del Viminale sulla sicurezza, un’analisi in chiaroscuro che celebra da un lato un calo netto dei reati più diffusi, ma che dall’altro lancia un allarme grave sui crimini più violenti. Un quadro complesso che solleva un interrogativo cruciale sulla recente legislazione in materia di sicurezza pubblica (D.L. 48/2025): è una risposta proporzionata alle minacce reali o una reazione emotiva che rischia di sacrificare inutilmente spazi di libertà?
L’Italia sicura dei numeri
A leggere i dati aggregati, i cittadini dovrebbero sentirsi più sicuri. Il rapporto, che confronta i primi sette mesi del 2025 con lo stesso periodo del 2024, parla chiaro:
* Il totale dei delitti è in calo del 9%.
* Crollano i reati che più incidono sulla percezione di sicurezza quotidiana: furti (-7,7%) e rapine (-6,7%).
* Diminuisce drasticamente anche una delle piaghe più odiose, quella delle violenze sessuali (-17,3%).
* Migliora persino la sicurezza stradale, con un calo del 4,4% degli incidenti mortali e del 6,7% delle vittime.
Anche l’ordine pubblico appare più gestibile, con meno manifestazioni critiche (-19,5%) e un calo dei feriti tra le Forze dell’Ordine (-35,4%). I dati sulla sicurezza nelle stazioni ferroviarie confermano il trend positivo, con una diminuzione di furti, rapine e atti vandalici. È un quadro che descrive un Paese in cui la criminalità predatoria e di massa è in ritirata.
Le ombre della violenza più brutale
Tuttavia, il dossier rivela un’altra faccia della medaglia, più oscura e inquietante. Proprio mentre i reati quantitativamente più rilevanti diminuiscono, quelli più gravi contro la vita umana aumentano.
* Gli omicidi volontari sono cresciuti del 3,4%.
* Il dato più allarmante riguarda la violenza di genere: se i femminicidi in ambito familiare calano leggermente, quelli commessi da partner o ex partner registrano un’impennata del 15,1%.
* Aumenta anche la minaccia legata all’estremismo, con un incremento del 53,8% degli arresti in questo ambito.
Questi numeri, sebbene statisticamente meno imponenti di quelli sui furti, raccontano un peggioramento della qualità della violenza, più letale e concentrata nelle relazioni interpersonali e nelle minacce alla sicurezza nazionale.
Una legislazione “fuori sincrono”?
È proprio in questo contesto che si inserisce il recente D.L. 11/4/2025, n. 48, un pacchetto di “disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica” che, come spesso accade, introduce misure che possono comprimere alcune libertà fondamentali in nome di una maggiore sicurezza. La domanda sorge spontanea: se i reati che per definizione creano “allarme sociale” su larga scala (furti in appartamento, scippi, rapine) sono in netto calo, qual è la giustificazione per un intervento legislativo così pervasivo?
La logica suggerirebbe che una legislazione emergenziale dovrebbe rispondere a un’emergenza conclamata e diffusa. I dati del Viminale, però, non supportano questa tesi. Al contrario, indicano che la sfida alla sicurezza si è spostata su un terreno diverso, più specifico e forse meno affrontabile con strumenti normativi generalisti: la prevenzione della violenza domestica, il contrasto a nuove forme di estremismo, la gestione di un disagio che sfocia nell’atto violento contro la persona.
Il rischio è evidente: utilizzare la legittima preoccupazione per l’aumento dei crimini più efferati per giustificare una legislazione che impatta sulla vita di tutti, anche quando la stragrande maggioranza degli indicatori segnala un miglioramento.
Governare la paura è complesso, ma farlo comprimendo le libertà in assenza di un’emergenza generalizzata, come i dati sembrano indicare, è una scelta politica che merita un dibattito pubblico approfondito.
Forse, più che di una nuova “stretta”, il Paese avrebbe bisogno di interventi mirati, culturali e sociali, per affrontare quelle ombre che i soli numeri non riescono a dissipare.
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