La tragica morte di Sara Campaniello, uccisa a Messina, e il successivo suicidio in carcere del suo omicida, Stefano Argentino, sta sollevando un dibattito mediatico incentrato su un apparente “paradosso dei risarcimenti”. Si legge da più parti che la famiglia di Sara non potrà vedersi riconosciuto un legittimo diritto al risarcimento del danno, laddove, paradossalmente, proprio i familiari dell’omicida potrebbero essere risarciti in seguito al suicidio in carcere del loro congiunto.
L’analisi, per quanto comprensibile nel suo intento di evidenziare le storture del sistema, rischia di poggiare su una premessa concettualmente errata, distorcendo la percezione pubblica del ruolo e del fine ultimo del processo penale.
Il fatto che la famiglia di Sara, con l’estinzione del reato per morte del reo, perderà il diritto di costituirsi parte civile nel processo penale; il “cortocircuito” per cui i familiari dell’omicida potrebbero, in teoria, ricevere un risarcimento dallo Stato per il suicidio in carcere; e l’inadeguatezza del Fondo di solidarietà per le vittime, offre una narrazione che, pur toccando corde emotive e legali valide, sposta pericolosamente il focus, suggerendo che il fallimento della giustizia risieda nell’impossibilità per la famiglia della vittima di ottenere un risarcimento all’interno del procedimento penale.
Questa è la prima e fondamentale distorsione da correggere. Il processo penale, nel nostro ordinamento, non ha come scopo primario il risarcimento della parte offesa. La sua funzione è un’altra, ben più alta e complessa: accertare la verità dei fatti, attribuire la responsabilità penale, che è sempre personale, e irrogare una pena giusta e proporzionata alla colpa. L’azione civile, esercitata all’interno del processo penale è un istituto accessorio, pensato per economia processuale, ma la sua sorte è indissolubilmente legata a quella dell’azione penale. Se quest’ultima si estingue, si estingue con essa la possibilità di vedersi riconosciuto il danno in quella sede. Non è un’ingiustizia, è la logica conseguenza della natura del processo.
Qui si innesta la seconda, e più profonda, riflessione. L’analisi mediatica sembra ignorare un elemento tanto tragico quanto risolutivo: il suicidio di Stefano Argentino non è un evento casuale che ha interferito con la giustizia. È, al contrario, la conseguenza ultima e terribile del gesto che lui stesso ha compiuto. Plausibilmente schiacciato dal peso della propria colpa, incapace di reggere il confronto con l’enormità del suo crimine, l’imputato ha messo fine alla sua vita. In un’ottica puramente penalistica, che si concentra sulla punizione del colpevole, si potrebbe affermare che la giustizia non sia stata elusa, ma che si sia compiuta nella sua forma più estrema e definitiva. Di fatto, al reo è stata irrogata la pena massima, la morte, sebbene per mano propria.
Sostenere che la famiglia di Sara “non possa più trovare giustizia” perché il processo penale è terminato significa confondere i piani. La giustizia, intesa come punizione del colpevole, ha seguito il suo corso più tragico. Ciò che invece viene a mancare è l’accertamento processuale pubblico, quel momento catartico e sociale in cui la collettività, attraverso i suoi organi giurisdizionali e mediatici, riafferma la validità della norma violata. Ma non si può dire che il colpevole sia rimasto impunito.
Il vero fulcro del dibattito dovrebbe quindi spostarsi non sulla presunta ingiustizia di un processo penale che non risarcisce la vittima perché non celebratosi, ma sulla tutela che lo Stato offre alle vittime al di fuori di esso. La presa d’atto dell’esiguità del risarcimento da parte del Fondo di solidarietà è corretta e sacrosanta, ma va inquadrata nel suo contesto: quello del welfare e del supporto civile, non come una falla del sistema penale. È lì che la battaglia per la dignità delle vittime si deve combattere.
Onorare la memoria di Sara Campaniello significa prima di tutto rispettare il dolore incancellabile della sua famiglia. Ma significa anche esigere chiarezza nel dibattito sulla giustizia, evitando di alimentare l’equivoco che un’aula di tribunale penale serva a monetizzare il dolore, piuttosto che a sanzionare la colpa.
La pena è stata applicata. Ora la società civile si interroghi su come farsi carico, in modo concreto e non “offensivo”, delle conseguenze di questi drammi. Questo è il tema su cui la politica e l’informazione dovrebbero concentrarsi.
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