Procura di Bergamo: Il “processo alla pandemia”

È ancora vivo nella memoria di molti di noi lo sgomento di quei giorni sospesi, in cui tutto era indefinito, ove tutte le nostre solide convinzioni del giorno prima frantumavano di fronte al forzoso confinamento del lockdown, in un limbo incerto non soltanto del futuro ma finanche del semplice domani.

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Ricordo di giorni sospesi

Quanti di noi hanno riposto la speranza sul futuro nell’opera infaticabile di quei tanti, tra medici, operatori sanitari, forze dell’ordine, volontari, tutti in trincea a combattere contro un qualcosa fino a quel momento ignoto? Quanti di noi, indipendentemente dalle opinioni politiche, non ha mostrato gratitudine per quel Presidente del Consiglio che con i suoi ministri hanno fronteggiato l’ondata letale di quei mesi, scorgendo in questa abnegazione una roccia a cui ancorare la fune sfilacciata della propria fiducia?

Siamo stati investiti, primo Paese nel mondo occidentale, da un virus fino a quel momento ignoto, che nell’arco di poche settimane ha praticamente fermato il pianeta.
Per questo nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare che Giuseppe Conte e Roberto Speranza potessero finire sotto processo per supposte colpe riconducibili alla gestione della Pandemia da COVID-19.

Conte e Speranza sotto processo

Eppure, questo è successo presso la Procura di Bergamo dove si assiste ad una indagine che definire surreale è semplicemente eufemistico.
Non a caso dal mondo scientifico a quello giuridico passando per quello dei media, si sono levate numerose voci che hanno stigmatizzato questo “processo alla pandemia”.
Da queste colonne dell’Avanti Raffaele Romano ha egregiamente tratteggiato questo senso di incredulità di fronte alla notizia sull’inchiesta della Procura di Bergamo.

La giustificazione del Procuratore capo

Ma c’è una questione che non può essere ignorata: la giustificazione, da parte del Procuratore capo Chiappani sulle ragioni dell’inchiesta, perché «Di fronte alle migliaia di morti e alle consulenze che ci dicono che potevano essere evitati, non potevamo chiudere con una richiesta di archiviazione», ritenendo doverosa l’azione penale per «soddisfare la sete di verità della popolazione».

L’esondazione del potere giudiziario

Non è necessario essere raffinati giuristi per cogliere in questa excusatio non petita una macroscopica distorsione tanto del modo di intendere il ruolo della magistratura, quanto della osservanza delle regole procedimentali.

Nel primo caso la questione non è semplicemente giuridica, coinvolge una riflessione sulla frequente esondazione di un potere costituzionale, quello giudiziario, nei confronti di tutti gli altri, che spesso produce distorsioni della vita pubblica.

Nel secondo caso, sembrerebbe che l’avvio dell’azione penale non sia dovuta tanto alla ritenuta fondatezza di una notizia di reato acquisita, quanto piuttosto alla necessità di dare una risposta di tipo sociale alle aspettative delle vittime, ammesso che nel caso di specie ne siano individuabili in senso penalistico, quali soggetti passivi di una condotta delittuosa altrui.

L’azione penale non è una questione etica

L’azione penale non può ritenersi doverosa sulla scorta di una spinta etica, ma soltanto se un fatto può essere qualificato come reato, in assenza del quale l’unica azione doverosa è quella di desistere, anche archiviando eventuali esposti; né è accettabile che per «soddisfare la sete di verità della popolazione» si debba necessariamente processare qualcuno.
Purtroppo, sempre più spesso si assiste ad un inversione del paradigma della tipicità penale, dove le emozioni prendono il sopravvento facendo diventare reato non ciò che è lesivo ma ciò che viene percepito come tale.

La pressione dell’opinione pubblica organizzata

E anche questa vicenda rappresenta l’ennesima dimostrazione di quanto forte sia la capacità di pressione dell’opinione pubblica organizzata, addirittura da condizionare la condotta di chi si trova a stretto contatto con quelle “vittime”.

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